Dall'arbitro somalo respinto ai controlli soffocanti a Iran, Senegal e Uzbekistan: il Mondiale ai tempi di Trump
Il Mondiale 2026 e le rigide politiche di frontiera statunitensi
Il Mondiale di calcio 2026 negli Stati Uniti è fortemente condizionato dalle rigide politiche di ingresso alle frontiere imposte dall'amministrazione Trump. Tra i casi più eclatanti c'è quello di Omar Abdulkadir Artan, nominato miglior arbitro africano del 2025, a cui è stato negato l'accesso nel Paese nonostante fosse in possesso di un visto valido, impedendogli così di partecipare storicamente alla competizione.
Le tensioni diplomatiche colpiscono duramente anche le delegazioni nazionali. Tredici membri dell'entourage dell'Iran, compreso il presidente federale, non hanno ottenuto il visto e la squadra ha dovuto ripiegare su un ritiro d'emergenza a Tijuana, in Messico. Inoltre, le selezioni di Senegal e Uzbekistan sono state sottoposte a controlli di sicurezza estremamente invasivi e severi al loro arrivo sul suolo americano.
Questi episodi stanno sollevando forti polemiche internazionali e mettono in difficoltà la FIFA, evidenziando come l'edizione del 2026 rischi di essere ricordata come il "Mondiale delle frontiere chiuse", in netto contrasto con lo spirito di universalità e fair play che dovrebbe caratterizzare la manifestazione.






















