Il Giro d'Italia è in piena salute, ma il ciclismo italiano in crisi: si segua il modello danese, e anche lo Stato faccia la sua parte
La crisi del ciclismo italiano
Nonostante il Giro d'Italia continui a riscuotere un grande successo, il ciclismo professionistico e giovanile italiano sta attraversando una profonda crisi. Per la prima volta in 109 edizioni della Corsa Rosa, nessun corridore azzurro è riuscito a classificarsi tra i primi sette, evidenziando un declino strutturale che parte dalle categorie giovanili fino ai professionisti.
Le cause di questo declino sono molteplici: la carenza di infrastrutture sicure e velodromi, il calo progressivo dei tesserati tra i 12 e i 16 anni e la drastica diminuzione delle squadre italiane ad alto livello. A questo si aggiungono la mancanza di tecnici qualificati provenienti dal mondo accademico e i gravi problemi di sicurezza sulle strade, che spingono molte famiglie a preferire altre discipline per i propri figli.
Per invertire la rotta, esperti del settore come Luca Guercilena, manager di Lidl-Trek, propongono riforme radicali. Tra le soluzioni suggerite vi sono l'adozione del modello danese, che prevede categorie di gara basate sul livello di abilità anziché sull'età per ridurre l'abbandono precoce, e l'utilizzo esclusivo di circuiti protetti per gli allenamenti dei più giovani fino ai 16 anni. Risulta inoltre fondamentale un intervento economico dello Stato per la costruzione di impianti dedicati.























